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Scritto da | ottobre 27th, 2016

Depressione post-partum: un disturbo sottostimato

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depressione-post-partumCi sono molti miti sulla depressione post-partum che vanno dal “Non hai nulla!” a “Non ti preoccupare, andrà via da sola” fino a “Riguarda solo alcune donne”. La realtà è che la depressione post-partum (DDP) è una disturbo di natura psicologica che interessa il 10-18% delle madri indipendentemente dall’età. L’incidenza è sottostimata perché molte madri rifiutano l’aiuto psicologico e l’esistenza stessa della patologia, considerando la depressione post natale come una fastidiosa complicanza che non ha bisogno di particolare attenzione.

Si può sperimentare la DPP sia dopo un trauma, sia dopo una gravidanza finita a termine che si conclude con un parto “normale”. Quando si entra in uno stato di depressione post-partum non significa che non si ama il proprio bambino o che non si è contenti per la sua nascita, semplicemente significa che in quel momento si sta attraversando uno stato di sofferenza che merita un giusto trattamento, esattamente come avviene per qualsiasi altro disturbo passeggero di natura psicologica. E’ necessario quindi prendersene cura se si vuole ritornare a star bene.

Depressione post-partum: di cosa si tratta

La depressione post-partum colpisce le donne in modo diverso. Alcune donne riportano un opprimente senso di disperazione. Altre la voglia di gridare o di piangere. Alcune sentono invece la rabbia. Altre riportano l’esperienza di non riuscire più a concentrarsi quando fanno qualcosa o di perdere l’interesse o il piacere nel fare le cose. Poi ci sono donne che fanno fatica ad alzarsi dal letto la mattina o a mangiare, mentre al contrario altre si ritrovano a fare i conti con il “ruminare” in continuazione. Ad altre ancora vengono dei sintomi fisici, come il mal di testa o il mal di schiena e il loro fisico risulta intorpidito e rallentato. Poi ci sono manifestazioni legate in modo specifico alla maternità, come il senso di inadeguatezza rispetto al fatto di prendersi cura del bambino. Insomma non a tutte le donne la depressione post-partum si manifesta allo stesso modo.

Non solo le madri biologiche

Esiste uno studio clinico molto interessante condotto dalla dott.ssa Sarah Mott e dalla sua èquipe, circa l’insorgenza di depressione e ansia post-partum anche nelle mamme adottive.

Qualcuno pensa che solo le mamme biologiche possano essere colpite dalla depressione post-partum. Purtroppo questo non è esatto. Anzi da questi studi emerge quanto sia le mamme biologiche che le mamme adottive hanno la stessa possibilità di entrare nel vortice della DPP. Nel caso delle mamme biologiche gli ormoni svolgono un ruolo importante nell’insorgenza della DPP; ma anche altri fattori, come nel caso delle mamme adottive, sono da tenere in considerazione. L’arrivo di un bambino ha un impatto in tutte le relazioni di una persona in quanto inevitabilmente avviene un cambiamento sia nell’ambiente esterno, ma soprattutto nel proprio mondo interiore. Le fonti di stress sono simili in entrambi i casi. Le mamme adottive tendono a sperimentare gli stessi sintomi delle mamme biologiche, dall’insonnia all’ansia, dalla disperazione alla rabbia.

Ci sono degli elementi che collegano la DPP ad una storia di infertilità, per esempio nelle mamme adottive. Sembra che gli effetti dell’infertilità, a livello psicologico, possano perdurare anche dopo l’adozione. Queste mamme iniziano con il sentirsi in colpa, aumentando così i livelli di colpa e di vergogna: è come se l’avere un figlio nutre un certo ideale che poi si scontra inevitabilmente con la realtà. Si pensa che con un figlio si sarà finalmente felici, per poi constatare che non lo si è comunque.

Anche i papà soffrono di depressione post-partum

Anche i papà possono andare incontro alla DPP dopo la nascita di un figlio, specialmente dopo il primo nascituro. Le statistiche riportano che un 10% dei padri ne soffrirebbe, con un picco tra il terzo e sesto mese dopo il parto. Anche qui, lo stress è sicuramente un fattore importante: stress da poco sonno, preoccupazioni finanziarie, problemi di relazione con la partner, problemi di salute del bambino oppure una sorta di depressione precedente può predisporre a una DPP. Come per la mamma, anche per il papà potrebbe essere il lutto per la perdita della sua vita precedente. Tutto cambia. Magari il papà non lo accetta e pretende di ritornare alla vita di prima, ma senza successo. Questo potrebbe indurre irritabilità generale, rabbia, ansia, perdita del sonno, dell’appetito e dell’interesse verso la sessualità. Potrebbero diventare gelosi e nutrire del risentimento anche verso il proprio figlio.

Quali ricadute sul bambino

Una mamma che soffre di depressione post-partum solitamente reagisce in due modi differenti nei confronti del suo bambino. Ci sono mamme che si percepiscono così inadeguate da arrivare a trascurare il bambino e la relazione con lui viene praticamente interrotta. Per cui delegano ad altre persone, come al marito, alla nonna o alla tata l’accudimento completo del figlio. Altre mamme invece adottano un atteggiamento apprensivo, iper controllante verso il figlio per cui sono sempre preoccupate da qualcosa, dal peso del bambino alla pulizia, da come respira durante il sonno a quanto ha mangiato. Portando attenzione a questi aspetti, in realtà le mamme non si accorgono che i bisogni del bambino sono altri rispetto a quelli che credono prioritari. È il caso, per esempio, del bambino che piange perché vuole essere rassicurato o coccolato e invece la mamma gli offre del cibo nonostante abbia appena finito la poppata. È evidente che la mamma, in questi casi, non riesce ad entrare in sintonia con il proprio piccolo, dando vita a delle modalità di attaccamento insicuro (studi di Bowlby e Ainswort).

curaTrattamento e cura

Il DPP richiede un intervento di cura. Spesso le donne colpite tendono a sottovalutare, minimizzare o a nascondere i sintomi. Senza affrontare la situazione, questo disturbo peggiora. È necessario rivolgersi ad una persona competente. Gli amici e i familiari possono si fare tanto, ma a volte non basta. Bisogna rivolgersi ad un professionista (psichiatra, psicoterapeuta). Magari si può andare dal medico di base, che solitamente prescrive degli anti-depressivi o meglio ancora ci si potrebbe rivolgere ad uno psicoterapeuta o ad un centro specializzato in questi disturbi per essere sostenuti in un percorso terapeutico che porti a comprendere le cause del disagio che si sta attraversando.

Nel caso in cui si scelga la strada più breve come l’assunzione di psicofarmaci, bisogna sapere che nel caso delle mamme in allattamento, alcuni di questi farmaci passano attraverso il latte e potrebbero essere dannosi per il bambino, mentre altri no. L’assunzione di farmaci è una scelta prettamente personale, che deve essere accuratamente discussa con il professionista a cui ci si è rivolti (medico di base, psichiatra). La discussione dovrebbe includere anche gli effetti collaterali, l’efficacia, le ricadute e tutte le altre preoccupazioni che possono nascere. Con la decisione di assumere dei farmaci anti-depressivi alcune persone potrebbero pensare di essere dei deboli o dei genitori falliti. Invece no, significa che avete deciso di prendervi cura di voi stessi e questo non può che giovare a voi e al vostro bambino.

L’obiettivo è sentirsi bene in queste nuove vesti di genitore, non solamente quello di sopravvivere.

Per approfondire leggi anche:

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Nasce un figlio, nasce una mamma

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Cristiana Milla, psicologa e psicoterapeuta. Per avere maggiori informazioni, visita la sua pagina personale e leggi gli altri articoli. Per consulenze psicologiche e psicoterapia, seminari o altre richieste, puoi scriverle una mail all’indirizzo cristianamilla@quipsicologia.it oppure telefonarle al 339.6137545.


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