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Scritto da | luglio 24th, 2016

“Io che non vivo senza te”

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dipendenza affettivaSara mi dice: “Lo amo o non lo amo? io non voglio stare con lui, ma poi non ce la faccio senza di lui. Mi sale l’ansia. Poi ci vediamo, l’ansia scompare e per un secondo sto bene. Ma dopo poco tempo ricominciano i nostri litigi, i nostri rancori, i nostri malesseri ed è un inferno. È come una danza sempre uguale”.
Ovidio diceva: “Sic ego nec sine te nec tecum vivere possum”, che vuol dire: “Non riesco a vivere nè con te nè senza di te“. Questo è il dramma di chi vive questo tipo di relazioni. Oggi, in modo diffuso chiamiamo questa modalità relazionale “dipendenza affettiva” .

La Dipendenza Affettiva

La dipendenza affettiva è una delle forme meno tangibili di dipendenza, perché l’oggetto della dipendenza non è un oggetto in senso letterale, ma è una relazione. Naturalmente questo disagio può assumere diverse forme e manifestarsi in svariati tipi di relazioni. Può trattarsi di dipendenza familiare, amorosa o sessuale, ma anche di dipendenza nei rapporti d’amicizia o in ambito lavorativo o nel contesto di una relazione di cura come può essere quella di una psicoterapia.

Chi è il dipendente affettivo?

Quando le persone entrano in questo tipo di dinamica relazionale possono manifestare varie sfumature di comportamenti. È come se, all’interno di un opera teatrale la persona recitasse sempre lo stesso ruolo, con determinate caratteristiche. Osservando il suo comportamento, magari potremmo scoprire che la persona in questione cerca al di fuori di sé l’amore che non è riuscita a sviluppare verso se stessa.
Vediamo nelle seguenti espressioni se riconosciamo delle parti di noi:

  • Ha una continua sete d’amore: nessun amore lo soddisfa pienamente, vive sempre una mancanza
  • Non riesce a stare da solo: a volte anche gesti semplici, come consumare un pasto, andare al cinema, fare un giro all’Ikea, rischiano di farlo piombare in un clima di malessere
  • Dipende totalmente dall’altro: lascia nella mani dell’altro la responsabilità della sua vita, anche quando l’altro è il primo venuto
  • E’ il discepolo perfetto: è incline a condividere ideali o a votarsi ad un leader. Si lascia ammaliare facilmente da un partner così come da un guru carismatico ed è pronto ad ogni rinuncia.
  • E’ pronto a tutto pur di essere apprezzato: vede se stesso come un oggetto per cui ha la tendenza di inorgoglirsi sentendosi alle dipendenza delle persone che gli stanno vicino, amici, partners o colleghi che siano.
  • Vive in attesa dell’altro: non vuole che lo si lasci o lo si abbandoni. Quando questo accade, continua a sperare, ad aspettare che l’altro torni. Anche la propria immagine e autostima è spesso legata a quello che gli rimanda l’altro: “Sono bello se l’altro mi dice che sono bello” e via dicendo…
  • Vive solo attraverso gli altri: è attratto da ciò che gli piacerebbe essere piuttosto che impegnarsi a cambiare se stesso. Diventa passivo e rassegnato.
  • E’ geloso: si tratta di una manifestazione legata alla propria insicurezza
  • Fa tutto con il proprio partner: lavoro, hobby, studio, carriera lavorativa, amici, ecc..
  • Si crea un immagine idealizzata del partner: eleva il partner per meglio giustificarne la sua venerazione
  • E’ sottomesso: la soglia di tolleranza all’umiliazione è molto elevata. Spesso c’è difficoltà nel riconoscere le umiliazioni subite. Ha difficoltà a mettere dei limiti per paura di perdere l’altro e essere abbandonato, per paura della solitudine e del cambiamento.
  • Non si conosce, “Chi sono veramente? “: non è consapevole del proprio valore e di chi si è. L’inventario della propria personalità è scarso, conosce pochissimo le dinamiche inconsce della propria psiche. Piuttosto si riconosce attraverso le passioni e gli interessi di chi gli sta vicino.
  • Non si vuole bene fino in fondo: non ha un immagine positiva di sé. Non ha sviluppato una profonda capacità di sentirsi, non si ascolta anzi tende ad allontanarsi sempre più da se stesso per concentrarsi sull’altro, diventando un contenitore vuoto.

Di cosa si nutre la dipendenza affettiva?

La dipendenza affettiva si nutre della paura dell’abbandono. Cosa significa?
Significa che si nutre delle debolezze e delle paure. La paura è alla base, è il minimo comune denominatore. In questo caso la paura riguarda l’abbandono o l’indifferenza.
L’abbandono è una ferita profonda. Ci vuole tempo per curarla. Quando ci si sente abbandonati e non nutriti affettivamente tutto il nostro essere soffre, viene leso il nostro diritto ad esistere.

La dipendenza affettiva cerca quindi di colmare quei bisogni che la persona crede di non poter colmare, per cui: ha un bisogno esagerato di essere approvato, ha un incapacità di compiere scelte e di prendere decisioni congrue, compensa alcune mancanze attraverso soluzioni che non sono proprie, allontanandosi sempre più da se stesso.

Superare la dipendenza affettiva è possibile?

Si, è possibile.
Una psicoterapia unita ad un percorso di crescita personale può condurci ad una maggiore conoscenza di sé, a farci riappropriare della nostra forza e saggezza. Può permetterci di riconquistare la padronanza di se stessi e della propria vita. Passo dopo passo significa prendere coscienza delle proprie risorse a disposizione e scoprire il proprio valore personale. Vuol dire anche imparare a rispondere in maniera autonoma ai propri bisogni interiori e a prendersi la responsabilità della propria felicità senza farla ricadere sul prossimo.

Per consulenze psicologiche, psicoterapia, seminari o altre richieste, puoi scrivere a Gioele D’Ambrosio oppure telefonargli al 339.7098160.


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